Il piatto di Castelvint

Il piatto in argento, rinvenuto nel 1937 a Castelvint di Mel (Belluno) e conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Venezia riveste un notevole interesse sia per la finezza e la preziosità della fattura, sia per lo squarcio che apre su un momento storico del cosiddetto tardo antico, assai complesso e ancora poco conosciuto.
Realizzato in argento fuso, poi lavorato a cesello e bulino (23 cm. di diametro, 660 gr. il peso), presenta su di una faccia una complessa scena figurata, entro una cornice a kymation e perline che decora il bordo. Sul fondo esterno, liscio per levigatura, è applicata tramite saldatura una base cilindrica ad anello, al cui interno compare un'iscrizione a puntini incisi. L'iscrizione presenta dei segni di problematica interpretazione: si tratta comunque di un'iscrizione ponderale, indicante probabilmente il peso complessivo dell'oggetto, a garanzia dell'alta quantità di metallo prezioso adoperato in un'epoca in cui il valore dell'argento era assai considerato.
L'intera scena raffigura un mito legato ad Atena ed all'indovino
Tiresia: Atena con la sua più cara amica Cariclo, madre di Tiresia, si bagna presso un fiume e Tiresia assiste alla scena ignaro della proibizione di vedere Atena nuda. Alle grida di Atena adirata Tiresia, rimasto muto ed immobile, sente di diventare cieco; Cariclo disperata viene consolata da Atena che dona a Tiresia la capacità della divinazione.
Indubbiamente la scena raffigurata sul piatto ha stretta aderenza con il racconto di Callimaco, nella raffigurazione del bagno della dea nuda (la figura centrale), con alla destra Cariclo che guarda il figlio seminascosto tra le colline e alla sua sinistra la fonte Ippocrene che rovescia l'acqua ed esprime l'orrore per quanto sta avvenendo nel gesto del braccio proteso e della mano alzata.
Il piatto appartiene ad un gruppo di grandi piatti decorati con scene mitologiche o scene di genere nilotico o idillico-bucolico. Si tratta di manufatti di officine orientali (Costantinopoli, Alessandria) o occidentali (Ravenna, Roma), non di rado legati ad una committenza se non direttamente imperiale, certamente gravitante nell'ambito della corte imperiale stessa. L'alto valore artistico e il tenore dell'argento, di norma intorno al 95 %, li rendeva oggetti assai ricercati anche dall'aristocrazia barbarica.

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